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È risaputo che in Italia la prima causa di morte sono le malattie del sistema cardiocircolatorio: infarti, ictus. In moltissimi casi, una corretta prevenzione è in grado di ridurre significativamente la probabilità che un evento infausto capiti.

Gli infarti cardiaci sono, nella maggior parte dei casi, evidenti, perché si manifestano con alcuni sintomi riconoscibili, come il dolore al petto, l’affanno e la profonda stanchezza. Ma possono anche essere silenti: si tratta di infarti generalmente meno gravi che possono venire scoperti anche mesi dopo l’evento, attraverso i risultati di esami quali l’elettrocardiogramma, l’ecocardiogramma o la risonanza magnetica cardiaca, che permettono di evidenziare, localizzare e quantificare un eventuale danno cardiaco.

Ecocardiogramma ed elettrocardiogramma: quali differenze?

L’elettrocardiogramma ci informa sull’attività elettrica del cuore, quindi sul ritmo, sulla frequenza, e controlla che l’impulso elettrico venga condotto in maniera più o meno fisiologica all’interno del muscolo cardiaco. L’ecocardiogramma, invece, va a valutare come il cuore funziona, le sue dimensioni, gli spessori delle pareti, e se le valvole funzionano nel modo corretto.

Entrambi sono esami che dovrebbe essere valutati in prevenzione primaria: il soggetto intorno ai 50 anni è bene che faccia una valutazione del suo stato di rischio cardiovascolare con un professionista, che monitori i fattori modificabili e non modificabili che possono incidere sul rischio di avere un infarto, di lì ai successivi 10 anni.

La prevenzione cardiovascolare primaria incide in modo sostanziale sul rischio di infarti ed ictus nella popolazione: si tratta di patologie che, tra l’altro, hanno un impatto sociale ed economico notevole per il sistema sanitario nazionale. Prevenirli è possibile, riducendo in modo importante i fattori di rischio. Iniziare un’attività di informazione e prevenzione cardiovascolare già in età adolescenziale, per esempio, può essere decisivo: molti pazienti si rivolgono al cardiologo quando hanno già tutta una serie di problemi, come l’ipertensione o l’ipercolesterolemia; magari si tratta di persone che hanno fumato per tanti anni, o che hanno problemi di glicemia alta. Sono problematiche sulle quali è possibile agire con efficacia già nella seconda e terza decade di vita .

I fattori di rischio cardiovascolare si dividono in due gruppi:

  • i fattori di rischio modificabili,
  • i fattori di rischio non modificabili.

I fattori di rischio modificabili sono quei fattori sui quali possiamo intervenire concretamente per prevenirne la comparsa, o ridurne gli effetti, come

  • colesterolo, diabete, pressione alta,
  • fumo, obesità e sedentarietà.

I fattori di rischio non modificabili sono, come dice il nome, quei fattori sui quali non possiamo intervenire. Sono principalmente

  • il sesso,
  • la genetica,
  • l’età
  • la familiarità.

In caso di una storia di patologia cardiovascolare in famiglia, il rischio di avere problemi al cuore è maggiore, soprattutto se la patologia cardiovascolare è esordita in un parente di primo o secondo grado, quindi un genitore, un nonno, un fratello in un’età precoce, ovvero sotto i 65 anni.

Parliamo invece di prevenzione secondaria quando un soggetto ha già avuto una patologia cardiovascolare: l’obiettivo diventa quello di ridurre il rischio che questa cosa ricapiti. Per fare questo, è necessario agire in modo molto intenso sui fattori di rischio, sia da l punto di vista farmacologico, attraverso quindi tutta una serie di strumenti farmacologici che lo specialista indicherà di caso in caso, sia attraverso uno stile di vita più sano, a partire da un’alimentazione sana, dall’eliminazione del fumo e dall’attività fisica. È infatti importantissimo riprendere una vita attiva con un’attività sportiva regolare di tipo aerobico, camminando a passo svelto o andando in bicicletta. L’importante è, comunque, fare esercizio almeno 40 minuti, tre volte a settimana.

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